Era da tempo che non accadeva un evento di scompiglio nella (ex) blogosfera italiana.

Fosse successo ai tempi in cui i blog erano veicolo di encicliche monotone da parte di blogger super star del quartierino, ci sarebbe stata una “guerra” a colpi di link, post taglienti, commenti lunghissimi.

Oggi le piattaforme social hanno ricostruito (in parte) la struttura politica dei blogger nostrani.

La differenza, forse, rispetto alla rete costruita dai blogger dei primi anni 2000 è che tramite le piattaforme social tutto è più “veloce”, meno riflessivo.

Prima, se scrivevi una cavolata, potevi pentirtene amaramente, oggi, la velocità dello streaming in tempo reale facilita la mancanza di memoria.

Di conseguenza, usare i social media significa essere consapevoli della “fragilità” di memoria e ricordo rispetto alle azioni intraprese.

Ecco cosa accaduto ieri ad un mio post su facebook

 

 

 

A questo post si aggiungono altri collaterali, scritti prima e segnalati nei commenti al mio post, in particolare uno di Paolo Iabichino.

Nel post di Paolo Iabichino: Una lezione di Real Time Marketing

Si evidenzia la necessità e capacità delle aziende di stare sempre sul pezzo, pro-attive, sensibili e perspicaci nel cogliere al volo le occasioni.

In particolare cita un fatto a lui accaduto, che riporto: 

A questo post, il team social di Interflora risponde con prontezza e invia un cadeau a Paolo.

Paolo, preso dalla mossa intelligente, ne fa divulgazione alla sua rete postando il piacevole omaggio.

Fine della storia. 

Real Time Marketing? Chiamatelo come vi pare, sicuramente una mossa intelligente. 

Chi l’ha fatto sapeva chi fosse Paolo, ha ipotizzato la mossa successiva e ne ha tratto la conclusione migliore.

Intelligenti a farlo? Sì, senz’altro. 

Quindi è così che bisogna fare? Dipende.

In questa storia c’è da analizzare meglio la struttura “narrativa” del processo.

Qui è Paolo che “attiva” direttamente un brand. 

Lo staff social è bravo a cogliere l’input. 

È palesemente un’altra storia, circoscritta ad un singolo evento e sicuramente irripetibile. 

Vi racconto, invece, un’altra storia di Real Time Marketing ancora più efficiente. 

Non ha nulla a che vedere con i Social Media, o forse sì se ne valutiamo le dinamiche e non l’ambiente in cui si è realizzato l’evento. 

Ecco la storia di Real Time Marketing:

Una nave da crociera attracca al porto di Reggio Calabria, sulla banchina del porto c’è un mercatino del contadino. 

Pochi riescono a monetizzare dall’arrivo dalla nave crociera, fino a quando una imprenditrice agricola, più pronta ed attiva di altri fa un gesto epico.

Sale sulla nave e consegna allo staff del comandante 12 bottiglie del suo pregiatissimo olio extravergine d’oliva biologico.

La storia potrebbe finire qui. Invece prosegue.

Il comandante, avendo gradito il gesto, manda una persona dello staff a ringraziare la gentile signora, ed avendone apprezzato anche il contenuto ordina tutta la produzione annuale di olio extravergine dell’imprenditrice agricola.

Morale della favola, questo è Real Time Marketing.

Questa storia mi ha insegnato che in ogni contesto è necessario conoscere tempi, dinamiche sociali e soprattutto ipotizzare dei ritorni “pratici” e non solo illusori.

Per le aziende ed i Brand che operano online, rispondere via social media ad ipotetici blogger con tante connessioni può portare diverse evoluzioni: 

  • Se la risposta è fine a sé stessa, sicuramente la discussione morirà in breve tempo
  • Se la risposta, o discussione, è palesemente finalizzata ad azioni commerciali c’è il rischio boomerang dettato dall’odio commerciale diffuso online
  • Se la risposta è coerente ad un contesto, risponde ad un servizio di utilità, riesce a definire tempi, modi e esecuzione allora potrebbe generare ritorno positivo verso il brand, ma per quantificarlo serve costruire un piano integrato di conversioni “reali” e non basate SOLO su numeri del Buzz creato

La facile connessione logica Tanti Follower = Tanto Pubblico è sbagliata. 

Se così fosse veramente, le aziende potrebbero banalmente “comprare” blogger e remunerarli per vendere di più. 

La stessa logica, invece, vale per la televisione, un medium autorevole per le masse, dove il testimonial rappresenta un esempio da imitare, ed il messaggio passa con meno ostacoli al ricevente, trasformandolo in status sociale.

Da questa situazione, simile a molte altre, emergono degli aspetti chiave sulla NON conoscenza del web come apparato ed artefatto sociale:

  • Si continua a pensare che il web sia una scatola chiusa, un’emittente propagandistica ad uso delle aziende
  • Si ha la miopia di pensare che un blogger, o persona nota del web, abbia influenza sulle decisioni di acquisto
  • Si mischiano teoria, prassi e metodologia tra comunicazione/marketing/pubblicità/PR/webmarketing 

Il web è altro. Considerarlo un mezzo commerciale sminuisce il suo reale vantaggio per le aziende.

A mio avviso,

le aziende devono costruire il web intorno a loro e NON cercare spazi di visibilità.

Stare online significa offrire un servizio migliore, integrativo o sostitutivo rispetto alla presenza fisica sul territorio.

Essere visibili online significa costruire un piano, ma l’obiettivo NON può essere quello di riempire spazi, ma di creare circuiti commerciali ottimizzati sui profili delle persone.

La mia banalissima preoccupazione è che la cultura web debba passare attraverso la pratica e NON attraverso le manifestazioni.

Per migliorare il punto di contatto tra responsabili marketing aziendali e web marketer nostrani, pubblicitari e agenzie di comunicazione si deve necessariamente accorciare la “filiera commerciale” tipica delle agenzie media, utilizzando di più la piattaforma web, come strumento di analisi, confronto e statistiche che proiettano le strade realisticamente percorribili.

 

 Immagine tratta dal blog Frammentipensierisparsi

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