Ho studiato Social Innovation Management con Amani Institute, ho un diploma in Innovazione sociale con l’Università per la Pace delle Nazioni Unite, per lavoro sono in contatto con centinaia di innovatori sociali di tutto il mondo.

Eppure faccio fatica a trovare una definizione concreta e semplice di che cosa sia innovazione sociale.

Come includere le migliaia di esempi reali e diversissimi di cui sono testimone?

Da iniziative di comunità Maasai in Kenya, alla fondazione nata a Milano che sostiene i bambini colpiti da Ictus e le loro famiglie in tutto il mondo. Dall’organizzazione che promuove l’inclusione degli omosessuali in India, a progetti per il rinnovamento generazionale del settore agricolo in Italia.

 

 

So cosa innovazione sociale non è: non è necessariamente inventare cose nuove, a volte si tratta di replicarle e adattarle al contesto dopo che sono già state sperimentate altrove.

Né è per forza hi-tech. Anzi, più la tecnologia diventa trasparente per le persone che la usano, più è accessibile, semplice e efficace nel cambiare i comportamenti, meglio è.

L’attenzione deve essere sempre su chi userà l’innovazione e quale beneficio ne trarrà, non su come è realizzata.

L’innovazione sociale non è necessariamente costosa.

Non deve servire per sempre (se un progetto chiude, può anche voler dire che ha risolto il problema per cui era nato!). Non è mai perfetta, si può sempre migliorare guardando all’effetto che ha sulle persone e l’ambiente.

 

Secondo l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico

“L’innovazione sociale si riferisce alla progettazione e implementazione di nuove soluzioni che implicano cambiamenti concettuali, di processo, di prodotto o organizzativi, che in ultima analisi mirano a migliorare il benessere degli individui e delle comunità”.

 

 

Anche il Centro per l’Innovazione Sociale dell’Università di Stanford sostiene che

“L’innovazione sociale è il processo di sviluppo e implementazione di soluzioni efficaci a questioni sociali e ambientali impegnative e spesso sistemiche a sostegno del progresso sociale”. Ma aggiunge che “L’innovazione sociale non è prerogativa o privilegio di alcuna forma organizzativa o struttura giuridica. Le soluzioni spesso richiedono la collaborazione attiva dei componenti del governo, delle imprese e del mondo non profit”.

 

Aggiungerei, di ciascuno di noi.

In questi anni la pandemia ha mostrato che certe sfide sono globali, ha accelerato i cambiamenti e reso evidente la necessità di un modo nuovo di lavorare, a livello individuale e come collettività, in sinergia.

 

Il posto di lavoro

Se dagli Stati Uniti tutti parlano di Great Resignation (con milioni di persone che nel 2021 hanno scelto di dimettersi per trovare un nuovo lavoro che desse loro più soddisfazione), emerge forte in tutto il mondo il bisogno di dare al proprio lavoro un Senso, di far sì che l’impegno, la fatica che facciamo ogni giorno non si limitino a produrre un guadagno economico, ma pure un guadagno per la comunità a cui apparteniamo.

 

E se l’innovazione sociale non fosse un ambito professionale, ma diventasse il senso stesso del lavorare?

 

Sono nata negli anni 70 e sono stata educata – a scuola, in famiglia, dai miei mentori – a studiare, impegnarmi, fare esperienza per conquistare un titolo professionale, per trovare il mio posto di lavoro, che poi significava ottenere uno stipendio e definire il mio “posto” nella società.

 

 

Per 20 anni sono stata una giornalista.

Meglio “la giornalista di [nome_della_testata]”. Oggi ho diversi impegni, non li svolgo da nessun posto in particolare e faccio molta, molta fatica a rinchiuderli in una definizione da biglietto da visita.

È difficile per me anche distinguere nettamente tra lavoro e passioni. Non sono “di” nessuna organizzazione in particolare e partecipo a iniziative che valuto importanti, interessanti, da cui posso imparare qualcosa, a cui posso contribuire con qualcosa di buono. Quando ho offerto quel che avevo da offrire, di solito mi rimetto in gioco e cambio progetto o imparo qualcosa di nuovo.

 

Non c’è dubbio che studiare, impegnarsi, fare esperienze (e continuare – sempre – a fare queste tre cose) sia ciò che offre la possibilità nella maggior parte dei casi di scegliere che cosa fare, con quali obiettivi, con chi farlo, da dove farlo.

Ma è sempre più importante passare dall’idea di una carriera come un binario che porta sempre più in alto, a quella di una spirale, che va sì verso l’alto, ma include via via saperi multidisciplinari e connessioni più ampie, con un confronto più aperto con altre competenze e altre realtà per capire (e servire) meglio i sistemi in cui ci troviamo ad operare.

 

 

Nel frattempo, globalizzazione, trasformazione digitale, intelligenza artificiale, robotica, infosfera sono il motore della quarta rivoluzione industriale e ne percepiamo gli effetti.

 

Il “sistema operativo” del mondo del lavoro sta cambiando, per chi già lo ha compreso e per chi è ancora ancorato in un posto fisso tradizionale, che non è più una sicurezza e rischia di diventare una gabbia. È il momento di dare forma a questo cambiamento perché sia un cambiamento positivo.

Mohammed Yunus, premio Nobel per l’Economia, dice chiaramente ai giovani:

“Dovete smettere di cercare un posto di lavoro. Dovete guardarvi intorno, vedere dove sono i problemi e cominciare a risolverli. Così avrete creato il vostro lavoro.”

 

La tripla P

Nel 1997 John Elkington ha scritto il libro che ha introdotto la tripla prospettiva con cui guardare al bilancio operativo di un’impresa: sociale, ambientale, economico. Nel tempo è stato anche rappresentato con le 3P (persone, pianeta, profitto).

Siamo ancora lontanissimi da un diffuso, reale adeguamento dell’economia capitalista a questo modello, ma c’è già un passo ulteriore che sta prendendo forma: la terza P potrebbe passare da Profitto a Potenziale, se non pensiamo solo in termini di imprese, ma guardiamo alla nostra individuale “impresa di vita”.

 

Parliamo del potenziale che ciascuno di noi ha e vuole poter sfruttare.

Il potenziale di contribuire a uno scopo più alto, di vivere in una società più equa e giusta, in un pianeta più ospitale dove si possano prevenire e mitigare gli effetti del cambiamento climatico. Il potenziale di avere un lavoro che davvero nobilita l’uomo (e, con pari diritti e opportunità, le donne) perché migliora il capitale sociale e ambientale per tutti noi.

 

 

Come può prendere forma questo potenziale?

I Co-fondatori di Amani Institute, Roshan Paul e Ilaina Rabbat, hanno appena pubblicato un libro “The New Reason to Work” in cui indicano 6 chiavi per avere un lavoro che fa la differenza e spiegano che

“il motivo per cui andiamo a lavorare si è evoluto attraverso le generazioni.

Per i nostri primi antenati, il lavoro consisteva nel garantire i bisogni umani più elementari: cibo, assistenza all’infanzia e riparo. A seconda del tuo sesso o della tua età, potevi prenderti cura del più giovane della tribù o potevi andare a caccia.

Più tardi, quando gli umani si stabilirono nelle città e la rivoluzione industriale cambiò l’economia, il lavoro non solo ti consentiva di guadagnarti da vivere, ma divenne anche una fonte di identità e autostima conferendo status, potere e riconoscimento, specialmente se eri nato con quei privilegi. Le persone sono diventate consapevoli di cose come titoli, stipendi e livelli professionali come mezzi con cui gli altri li avrebbero valutati. (…)

Ma oggi un numero crescente di persone di ogni provenienza ed età sta iniziando a mettere in discussione i motivi tradizionali per cui andiamo a lavorare. Non crediamo che il lavoro sia o debba essere più transazionale (cioè il prestito di ore, competenze e sforzi in cambio di denaro, potere e status). Siamo sempre più consapevoli di una nuova variabile nell’equazione: l’impatto.

L’impatto è il valore che il tuo lavoro crea nel mondo al di là dei vantaggi immediati per te o per i tuoi datori di lavoro.

È ciò che lasci dietro quando te ne sei andato. È la misura in cui la società sta meglio perché ci sei stato tu.

Crediamo che il futuro del lavoro sia quello in cui la descrizione del tuo lavoro include non solo il tuo titolo professionale, le tue responsabilità e il tuo stipendio, ma anche una spiegazione convincente dell’impatto che il tuo lavoro creerà.”

 

 

Perché penso che un lavoro così descritto sia di per sé innovazione sociale?

Perché qualsiasi attività facciamo ha un impatto e allora diventa chiave chiedersi se il nostro impatto è positivo o negativo.

Perché nessuno meglio di noi sa quali sono i bisogni delle comunità che abitiamo e le priorità.

Perché se tutti lavoriamo per migliorare le condizioni delle persone e del pianeta, saremo più pronti ad ascoltare e collaborare, rendendo evidenti i sistemi di cui facciamo parte e facendo leva in modo consapevole sulle strutture dell’ecosistema per cambiarle in meglio.

 

 

Non importa che si lavori in una grande azienda, in una piccola impresa, nella startup che si è fondata, nel settore pubblico, o nel non profit. Non cambia essere un nomade digitale, o avere un progetto fisico, stanziale.

 

Fa la differenza la lente con cui guardiamo ai risultati del nostro lavorare.

 

Contano la visione a cui dedichiamo il nostro tempo e il nostro impegno, il coraggio di proporre soluzioni alternative per il benessere delle persone e del pianeta, e quello di dare voce o collaborare a quelle proposte da altri.

 

E voi, che lavoro fate?

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